14 dicembre 2025

Un team dell’Università degli Studi di Milano ha identificato e isolato per la prima volta un composto finora sconosciuto: il cannabizetolo, indicato in letteratura come CBGD. La scoperta amplia la “mappa” dei fitocannabinoidi presenti in Cannabis sativa e aggiunge un tassello interessante alla ricerca su molecole potenzialmente utili in ambito biomedico e dermatologico.

Che cos’è il CBGD e perché fa notizia

Il cannabizetolo appartiene alla rara famiglia dei cannabinoidi dimerici: in pratica, non è una singola unità “classica” (come THC o CBD), ma una molecola più complessa che nasce dall’unione di due porzioni cannabinoidi tramite un ponte metilenico. Proprio questa architettura lo colloca in un gruppo ristretto e poco esplorato, dove ogni nuova identificazione è preziosa perché può rivelare attività biologiche diverse (o più marcate) rispetto ai cannabinoidi più noti.

Nel lavoro scientifico collegato alla scoperta, i ricercatori non si sono limitati a “dare un nome” al composto: hanno anche riportato dati preclinici che indicano un’attività antiossidante e anti-infiammatoria cutanea in modelli in vitro. In queste prove, il CBGD è risultato più attivo rispetto a un altro dimero già descritto, il cannabitwinolo (CBDD), suggerendo un profilo di interesse soprattutto per le applicazioni legate alla pelle e ai processi infiammatori associati allo stress ossidativo.

Potenziale terapeutico

È qui che serve chiarezza: i risultati disponibili, per quanto promettenti, restano preclinici. Significa che i test sono stati condotti su modelli sperimentali e cellule (non su pazienti) e che non abbiamo ancora studi clinici sull’uomo che ne confermino sicurezza, dosaggi, efficacia reale e possibili effetti collaterali.

Detto questo, il razionale scientifico è interessante: se un composto mostra attività biologica in vie infiammatorie cutanee, potrebbe (in futuro) trovare spazio come ingrediente innovativo in ambito dermatologico o cosmetico, sempre a valle di studi adeguati e regolatori.

Ogni nuovo cannabinoide identificato non è solo una curiosità da laboratorio: amplia lo spazio chimico su cui la ricerca può lavorare. In altre parole, sposta l’attenzione da un dibattito spesso ridotto a “THC vs CBD” verso una realtà più fedele: la cannabis è un insieme di molecole, e alcune – anche rarissime – potrebbero modulare in modo diverso processi come infiammazione, stress ossidativo, metabolismo e altri meccanismi biologici.

Le scoperte italiane precedenti

Negli ultimi anni, diversi gruppi italiani hanno contribuito a descrivere nuovi fitocannabinoidi. Un esempio molto citato è il Δ9-THCP, pubblicato su Scientific Reports: nei test di legame recettoriale il THCP ha mostrato un’affinità per CB1 nettamente superiore rispetto al THC (nell’ordine di grandezza di “oltre 30 volte” nello studio), con indicazioni di attività cannabimimetica in modelli preclinici. Nature

Successivamente, sono stati riportati anche altri composti e classi (come THCH e CBDH) nell’ambito della continua caratterizzazione chimica della pianta, a conferma che la ricerca sui cannabinoidi è tutt’altro che “finita”.